14/10/2025
🇯🇵DIARI DEL GIAPPONE🇯🇵
Osaka e Nara
Dei tre giorni ad Osaka non mi restano particolari ricordi di un tempio significativo, di un parco dall’atmosfera eterea, di un monumento di rilievo. Di Osaka quello che resta impresso è una forma di caos disordinato. In Giappone non è una ridondanza, perché a Tokyo e Kyoto il caos è ordinato, tanto nei flussi che scorrono verso le metro tutte le mattine quanto nelle muraglie di turisti che affollano il Fushimi Inari e la foresta di bambù ad orari regolari e prevedibili. Ad Osaka invece c’è una strana tensione che sbilancia questi equilibri. Nelle file scomposte a tutti gli angoli dei ristoranti sulla strada principale, nella rassegna di maid che come in una fiaba di Sherazade accompagna tutto il viale di Nipponbashi, nel romanticismo familiare del lungofiume attraversato dal Dotonbori Bridge, ma anche nella trasandatezza dei rifiuti per strada. C’era un brio diverso con il quale si entrava nei negozi, sembravano dare l’idea di poter contenere qualche tesoro nascosto piuttosto che far parte di un già dato percorso museale. Molto tempo, soprattutto per via delle velleità imprenditoriali di .xlsx, lo passammo nei negozi di carte, e chi ne conosce la lore saprà ben capire il patto di fratellanza proposto lì da
Con Nara si chiude il racconto di questo viaggio, perché ne costituisce una certa chiave di volta. Non tutti lo sanno, ma la presenza dei cervi non è un espediente turistico o una casualità faunistica deriva dalla tradizione locale che lì ha origini particolarmente antiche, per cui i cervi erano ritenuti messaggeri divini. Eppure, non è importante. Non è l’addentrarsi nella coerenza storica, nei collegamenti culturali, che rende quel sito così amato. Forse si tratta solo del darsi la possibilità di tornare bambini e guardare con tenerezza ciò che si ha intorno. Facendo comunque attenzione a non farsi incornare
11/10/2025
🇯🇵DIARI DEL GIAPPONE🇯🇵
Shirakawago, Kyoto e Koyasan
Abbiamo visitato questi tre posti in momenti diversi del viaggio. Shirakawago richiese una lunga triangolazione attraverso la piccola Toyama, Kyoto era la seconda delle tre grandi città del viaggio, e Koyasan la meta di un pellegrinaggio da Osaka. Questi luoghi erano ripiegati in altre dimensioni, in parte fermi nel tempo, in parte saldamente radicati nella propria identità mentre il tempo gli scorreva intorno.
Kyoto era una città che sognavo da sempre, probabilmente non c’è mai stato un posto a cui maggiormente io abbia legato la mia affinità con l’Oriente. Ed è stata quella che più di tutte ha superato le aspettative. Ogni spazio evocava storie lontane, dalle infinite piste ciclabili lungo il fiume f***e di studenti, ai mari di pagode contro il cielo, alle foreste di bambù notturne, ai torii giganti che segnavano le strade.
A Shirakawago mi innamorai dei gassho-zukuri, le case tradizionali in paglia, terra e legno, ma non si trattava di un puro fascino semplice e anti-tecnico del vernacolare, associato alla semplicità , che annulla le distanze con l’esterno. Il gassho-zukuri era tutto tranne che semplice. La sua possenza, la sua maglia articolata e f***a di travoni in legno che ritagliavano spazi immensi eppure intimi.
E c’era qualcosa di estremamente vivo ed estatico nel rapporto con la natura che si respirava in quel luogo, nei rapporti con le persone che si costruivano quando lì scendeva il buio e si sentivano le cicale giapponesi ronzare appena fuori dalla porta.
Koyasan è stata surreale. È un luogo di pellegrinaggio dove per la prima volta il buddhismo è giunto dalla Cina. In pellegrinaggio ci siamo arrivati anche noi, percorrendo 10 km in montagna segnati da pietre miliari che recavano i simboli dell’eternità . Abbiamo dormito in uno degli innumerevoli monasteri sorti in quel villaggio. Abbiamo passato la serata da soli in un complesso di templi, solenni come di marmo e dalle forme aliene. Ci siamo svegliati con le recitazioni dei monaci. E poi siamo tornati ad Osaka, con una sensazione intermittente dell’aver vissuto quelle ore, troppo lontane da una realtà consapevole.