Il costo dell’energia è tra i primi motivi per cui un’impresa sceglie di non produrre in Italia.
Nel nostro Paese un megawattora costa in media 200 euro, contro i 100 della Germania e i 90 della Spagna. Un divario che pesa sui bilanci e che ogni giorno sottrae competitività alle nostre imprese.
Ne ho parlato anche ieri agli Stati Generali dei Trasporti e della Logistica, organizzato da Confindustria: quando produrre in Italia costa molto più che altrove, le aziende valutano di investire fuori dai nostri confini e diventa sempre più difficile attrarne di nuove.
Ad esempio, ho letto qualche giorno fa un’intervista a Filosa dove parlava proprio del costo dell’energia come ostacolo a produrre in Italia.
Per invertire la rotta servono scelte concrete.
La prima riguarda il nucleare: la sperimentazione va avviata subito, ed è una posizione che, come Confindustria, sosteniamo fin dal primo giorno.
La seconda riguarda il mix energetico. Continuiamo ad avere circa 4.000 concessioni per le rinnovabili da sbloccare e mettere a terra: lo diciamo da mesi, ma finora non si è mosso nulla.
Perché la competitività si difende con i fatti. E sul costo dell’energia ogni ritardo ha un prezzo: sono investimenti che non arrivano, aziende che scelgono altri Paesi e posti di lavoro che rischiano di andare perduti.
Confindustria
Siamo la principale associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi che operano in Italia.
Promuoviamo la centralità dell’impresa sul territorio come motore di sviluppo economico, sociale e civile del Paese. Non riceviamo finanziamenti pubblici e rappresentiamo le imprese e i loro valori presso le Istituzioni, a tutti i livelli, per contribuire concretamente al benessere e al progresso della società. In quest’ottica, garantiamo servizi sempre più diversificati, efficienti e moderni.
Come ci ha detto il Vicepresidente della Commissione europea Stéphane Séjourné, solo l’anno scorso in Europa abbiamo perso un milione di posti di lavoro.
È un dato che dovrebbe far riflettere tutti, per questo continuerò a parlarne.
Quello che mi preoccupa è quando sento dire “stiamo facendo contrattazione politica”, la mia risposta è sempre la stessa: la contrattazione politica non può essere fatta sulla pelle delle persone.
Perché dietro ai numeri ci sono persone, lavoratori, imprese e famiglie. E i numeri, oggi, raccontano una realtà che non possiamo ignorare.
Mentre noi in Europa ci stiamo imponendo regole su regole, la Cina ha costruito più di 300 centrali a carbone e, nell’ultimo anno, ha emesso tre volte la CO₂ che l’Europa è riuscita a risparmiare. Nel frattempo, il saldo commerciale europeo verso la Cina è negativo per €300 miliardi.
L’Italia, da sola, registra un disavanzo di €46 miliardi e ha perso €14 miliardi di produzione industriale. E dietro quei 14 miliardi ci sono ragazzi che rischiano di non lavorare più.
Ecco perché non possiamo fare finta di niente.
Tengo all’ambiente e tengo soprattutto alle generazioni che verranno dopo di noi. Per questo abbiamo chiesto di accelerare sulle rinnovabili. Perché è giusto decarbonizzare il pianeta, ma non possiamo farlo distruggendo la nostra industria e tanti posti di lavoro.
Va fatto rapidamente, ma con una logica costruttiva, non di desertificazione industriale.
L’Europa si trova oggi in un passaggio cruciale. Le rotte del commercio mondiale stanno cambiando, la competizione internazionale accelera e la capacità di attrarre investimenti, sostenere l’export e rafforzare la competitività dipende sempre di più dalla qualità delle infrastrutture e dall’efficienza dei sistemi logistici.
Per questo il prossimo 18 giugno Confindustria promuove a Roma gli Stati Generali dei Trasporti e della Logistica, un momento di confronto che riunirà istituzioni, imprese e stakeholder per costruire una visione condivisa sul futuro della mobilità, delle infrastrutture e della logistica in Italia e in Europa.
L’obiettivo è duplice: definire una strategia comune per affrontare le grandi trasformazioni in atto e individuare le azioni necessarie per rendere il nostro sistema più integrato, efficiente e competitivo.
Trasporti e logistica non riguardano soltanto un settore economico. Sono una leva strategica per la crescita del Paese: significano industria, turismo, commercio, mobilità delle persone, sviluppo dei territori e capacità di competere sui mercati internazionali.
Costruire una logistica moderna e infrastrutture all’altezza delle sfide globali significa creare le condizioni per una maggiore crescita, per nuove opportunità di investimento e per un’Italia sempre più protagonista in Europa e nel mondo.
Ogni anno investiamo risorse per formare migliaia di giovani. Poi, nel momento in cui vogliono trasformare conoscenze e talento in impresa, chiediamo loro di cavarsela da soli. È un paradosso che non possiamo più permetterci.
Per questo proponiamo una Borsa per l’imprenditorialità, sul modello delle borse di dottorato: un sostegno economico per chi sceglie di investire il proprio tempo nella creazione di una nuova impresa innovativa.
Un modello già sperimentato in altri paesi e interamente finanziabile con risorse europee già disponibili.
La burocrazia al nostro Paese costa 80 miliardi di euro l’anno.
Sono risorse sottratte alle imprese, ai lavoratori e agli investimenti. Eppure, se iniziassimo a intervenire seriamente su questo capitolo, potremmo liberare un enorme potenziale di crescita.
E il prezzo che paghiamo non si misura solo in euro, ma anche in tempo.
Oggi in Italia, per aprire uno stabilimento, servono tre anni: sei mesi per pensarlo, diciassette-diciotto per avere la concessione, altri diciassette-diciotto per realizzarlo.
Il problema è che, mentre aspettiamo permessi e concessioni, il mondo va avanti. I mercati cambiano, i competitor corrono e lo stabilimento rischia di diventare obsoleto ancora prima di entrare a regime.
Per questo sono stanco di sentirmi dire che bisogna aprire l’ennesimo “cantiere della burocrazia”. Se ne parla da anni, quello che serve oggi non è un altro tavolo di lavoro, ma rapidità.
L’esempio della ZES unica al Sud lo dimostra, quando c’è una governance chiara e qualcuno che decide, le procedure si sbloccano e i tempi si accorciano. È quel modello che dobbiamo estendere a tutto il Paese.
Perché le imprese investono, programmano e si assumono dei rischi, ma per farlo hanno bisogno di tempi certi e rapidi: senza una reazione immediata, non reggiamo il confronto con i nostri concorrenti.
A chi torna con la pensione diciamo: pagate il 7%. Ai giovani che vogliono restare diciamo: fatevi carico delle tasse di tutti. Non è più possibile!
Per questo proponiamo una misura semplice e concreta: un’esenzione IRPEF decrescente per gli under 35 nei primi cinque anni di lavoro, fino a 50 mila euro di reddito. Dal 100% nel primo anno al 20% nel quinto.
Nel primo anno può significare fino a mille euro in più al mese in busta paga. Risorse che possono fare la differenza per chi vuole diventare autonomo, investire su se stesso, mettere radici. I giovani non chiedono privilegi. Chiedono una possibilità.
Noi pensiamo che sia arrivato il momento di dargliela.
L’automotive era il nostro primo prodotto europeo e le regole sull’elettrico e sul diesel lo hanno messo in seria difficoltà.
Negli ultimi anni, l’Europa ha imposto quale tecnologia utilizzare per costruire un prodotto che già sapevamo fare. Quando imponi una tecnologia, fermi anche la ricerca e lo sviluppo, perché non ha più senso esplorare strade alternative.
La richiesta di ridurre le emissioni ha senso, ma come raggiungere quell’obiettivo avrebbe dovuto essere una scelta delle imprese, lasciate libere di innovare e competere.
Invece, anche sulla spinta dei sensi di colpa della Germania dopo il Dieselgate, abbiamo finito per legarci a prodotti e tecnologie che non sono nostri, finendo per avvantaggiare la Cina.
Oggi Pechino, infatti, è l’unica vera superpotenza industriale con un saldo commerciale positivo da 1.200 miliardi. L’Europa, nello stesso periodo, ha perso terreno, lasciando a casa un milione di lavoratori.
Il punto è che non stiamo giocando la stessa partita.
Le nostre imprese operano con vincoli, responsabilità ambientali e costi sociali molto diversi rispetto a quelli di altri concorrenti globali.
E se le regole non sono le stesse, è difficile immaginare una competizione ad armi pari.
Per questo la questione non riguarda soltanto l’automotive.
Quando un continente perde sovranità industriale, energetica e tecnologica, il problema diventa sistemico e riguarda tutti.
Servono condizioni abilitanti affinché le case automobilistiche possano continuare a investire, innovare e produrre in Italia.
Perché è da qui che si può pensare di ripartire.
03/06/2026
L’export italiano tiene bene, anche in un contesto internazionale sempre più instabile.
Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni italiane sono cresciute del +4,0% in valore rispetto al quarto trimestre del 2025, con un contributo positivo sia dai mercati extra-UE (+4,8%) che da quelli UE (+3,2%).
Anche il confronto con gennaio-marzo 2025 conferma un quadro positivo: tra i mercati in maggiore crescita troviamo Svizzera (+44,1%), Cina (+11,4%), Polonia (+5,6%), Austria (+4,0%) e Russia (+2,0%).
Ma il dato più importante arriva da marzo, primo mese del conflitto in Iran. Il Medio Oriente ha subito un crollo verticale delle nostre vendite: -52,5% tendenziale, contro il +15,2% registrato nello stesso mese del 2025. Un’inversione netta, che avrebbe potuto pesare sull’intero quadro.
Una frenata così forte avrebbe potuto pesare sull’intero quadro dell’export italiano. Invece, non è successo.
La crescita si è consolidata grazie alla forte accelerazione registrata proprio a marzo su altri mercati: le vendite in Svizzera sono cresciute del +84,6% e in Cina del +23,9%, insieme ai principali partner europei, assorbendo parte dello shock e confermando la capacità del sistema esportativo italiano di riorientarsi rapidamente quando un mercato si chiude.
Questa capacità di adattamento è un punto di forza del sistema esportativo italiano. Va sostenuta con politiche commerciali attive, accordi internazionali e strumenti che aiutino le imprese - soprattutto le PMI - a presidiare mercati alternativi prima che le crisi li rendano necessari.
La resilienza dell’export italiano è un punto di forza. Il nostro compito è fare in modo che lo resti.
I giovani hanno diritto ad avere una casa a prezzi sostenibili.
Lo dico con chiarezza: senza abitazioni accessibili, l’Italia non riuscirà a trattenere le nuove generazioni. E il dato demografico è grave: entro il 2040 mancheranno 5 milioni di giovani, anche a causa dei costi sempre più insostenibili delle case per le nuove famiglie.
Su questo fronte si inserisce il Piano Casa, con l’obiettivo di realizzare unità abitative con canoni di locazione e prezzi sostenibili.
Un piano pensato per favorire occupabilità e integrazione sociale a giovani, famiglie, anziani e a tutte le fasce più fragili della popolazione.
Ma perché questo piano produca risultati concreti serve anche la responsabilità dei territori. Tocca ai Comuni individuare e mettere a disposizione le aree per la costruzione di nuove abitazioni.
Perché, in caso contrario, a pagarne il prezzo sarebbero proprio coloro che attendono questa misura.
Consentire ai lavoratori e alle fasce più deboli della società di accedere ad abitazioni di qualità a un prezzo sostenibile non è solo una misura sociale. È un grande piano di politica economica, capace di rimettere in moto la crescita del nostro Paese.
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