Scienze Naturali

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Inaugurata nel 2009, è una delle prime pagine social di divulgazione scientifica. Scienza per tutti!

24/06/2026

"Ah giovanó, 'sta mano pó esse fero e pó esse piuma", diceva un genuino Mario Brega ad un ingenuo Carlo Verdone.
"Sta zampa pó esse pinza e pó esse cortello", potrebbe invece replicare una mantide religiosa. Eh sì, sorvolando sul "piccolo" particolare che non sanno parlare, le mantidi hanno un'arma segreta: le loro poderose zampe raptatorie.

Il primo paio di arti di questi insetti, infatti, è modificato per un solo scopo: la caccia! Grazie ai robusti femori, alle tibie costellate di potenti spine ed un efficace uncino terminale, queste incredibilmente agili zampone possono agevolmente catturare e trattenere prede anche di modeste dimensioni, potendo poi divorarle quando sono ancora in vita. D'altronde la loro presa mortale lascia ben poche possibilità di fuga o di difesa, quindi non hanno neppure bisogno di uccidere lo sfortunato animale che finisce nelle loro grinfie.
La bellissima Mantis religiosa sulla mia mano, in una posa quasi suadente, mostra la zampa in tutta la sua potente bellezza.

Chiaramente questo non è un adattamento esclusivo delle mantidi, ma osservabile anche in altri artropodi: si pensi a Nepa cinerea, il cosiddetto "scorpione d'acqua", o a Squilla mantis, la "canocchia" che sovente vediamo in pescheria, tanto per citarne un paio.
La potenza è nulla senza controllo... e gli animali dotati di zampe raptatorie riescono ad unire meravigliosamente questi due aspetti.

(© Andrea Bonifazi)

Photos from Scienze Naturali's post 24/06/2026
24/06/2026

Ho voluto fare un riepilogo di tutti gli eventi di presentazione del mio libro "Ventimila specie (o quasi) sotto il mare" che ho fatto in giro per l'Italia perché, lo ammetto, avevo perso il conto... e ho scoperto di averne fatti più di quanti pensassi!
Sono infatti 47 da ottobre 2023 ad oggi, toccando 15 regioni e, soprattutto, avendo l'opportunità di conoscere tante persone e di visitare tanti posti meravigliosi. Non so stimare il pubblico totale, ma probabilmente si tratta di molte centinaia - forse alcune migliaia! - di persone venute a sentirmi parlare di mare. Vi assicuro che raggiungere così tanta gente facendo divulgazione scientifica - per quanto leggera e pop - è per me davvero un'enorme soddisfazione.

Avrete notato che all'appello mancano però 5 regioni: Valle d'Aosta, Piemonte (capisco che dove non c'è il mare sia più difficile parlare di un libro a tema mare 🤣), Friuli Venezia Giulia, Molise e Calabria.
Amici friulani, molisani e calabresi, su, non siate timidi, se mi chiamerete per raccontare le meraviglie della biodiversità del Mar Mediterraneo anche da voi, sarò felice di fare la valigia e partire 😁🔝

Ovviamente tanti altri eventi sono già in programma. Il prossimo è il 3 luglio a Sperlonga, in provincia di Latina.
Vi terrò aggiornati!

24/06/2026

Avendo fasmidi da tanti anni, vi assicuro che è così 🤣
Anche a voi capita? O vi riducete così per altre "passioni naturalistiche"?

24/06/2026

Siamo abituati a nomi scientifici la cui etimologia deriva dalla descrizione di una caratteristica morfologica peculiare della specie, da un suo strano adattamento, dal suo areale nativo, dal nome della persona a cui è dedicata, da una curiosità ecologica che la riguarda, ma non è frequente imbattersi in nomi di specie che celano delle... raccomandazioni culinarie!

È questo il caso del corbezzolo, pianta tipica di macchia mediterranea caratterizzata da candidi fiorellini "a campanella" e da rugosi e gustosi frutti che da gialli diventano rossi a maturazione. Descritta dal solito Linneo nel lontano 1753, venne denominata Arbutus unedo, dove il nome del genere significa appunto "corbezzolo". Poca fantasia, bisogna rimediare con l'epiteto specifico "unedo". Per comprenderlo bisogna fare un salto indietro di un paio di millenni, essendo stato coniato partendo da uno spunto di Plinio il Vecchio, uno dei primi Naturalisti del mondo occidentale. Nel libro XXIII del monumentale Naturalis historia, il buon Plinio, che evidentemente non apprezzava particolarmente i frutti del corbezzolo, scrisse "Arbutus sive unedo fructum fert difficilem concoctioni et stomacho inutilem", specificando quindi che questa pianta "produce un frutto difficile per la digestione e inutile per lo stomaco". Sì, a Plinio gli faceva letteralmente schifo. O forse gli piaceva così tanto da averne fatto indigestione, questo non è specificato.
Partendo da questo assunto, Linneo decise di incorporare nel nome della specie una raccomandazione: "unedo" è infatti l'unione delle parole "unum edo", cioè "ne mangio uno solo". Tradizione vuole, infatti, che un consumo eccessivo di questi frutti possa causare una leggera sensazione di ubriachezza, tanto da essere stata una pianta sacra al dio greco Dioniso, l'equivalente del romano Bacco. Ma tra una leggera ubriachezza da indigestione ed una categorica raccomandazione di mangiarne uno solo... beh, c'è una bella differenza.
Non conoscendo il latino, le larve del lepidottero ninfalide Charaxes jasius, noto come "ninfa del corbezzolo", hanno scelto questa specie come loro pianta nutrice.
E considerando che sia i suoi "cornuti" bruchi che le sue incredibilmente variopinte farfalle rendono questo insetto uno dei più bei lepidotteri - a mio modesto parere, il più bello - presenti in Italia, nutrirsi di questa specie non è poi così dannoso.

Che meraviglia il corbezzolo. Che meraviglia la ninfa del corbezzolo. Ma sopratutto che meraviglia i nomi latini e la loro etimologia!

(© Andrea Bonifazi)

24/06/2026

Il quiz di oggi è semplice e senza trabocchetti... ma potrebbe comunque non risultare banale!
In ogni caso, vi darò alcuni indizi nei commenti.
Buon divertimento!

Primo indizio: è qualcosa di vegetale.
Secondo indizio: è il dettaglio di una pianta.
Si tratta dell'infruttescenza di Broussonetia papyrifera, pianta nota come gelso da carta.

24/06/2026

Il nome della nostra specie significa "uomo sapiente", mentre comunemente ci chiamiamo "esseri umani". Sono nomi che ci siamo dati da soli, quindi è logico che siano lusinghieri, per cui anche la persona più ignorante del mondo è comunque un "uomo sapiente".
Bene, immaginate invece di essere un insetto pacioso la cui specie significa "cimice dal naso lungo incazzosa", mentre il nome comune è "cimice assassina". No, se ti viene data questa etichetta non riesci ad essere pacioso, ma sarai inevitabilmente sempre iracondo.

È questo il caso dell'emittero reduvide Rhynocoris iracundus, il cui genere deriva dal greco ῥυνοῦ (rhyno), cioè "naso", e “κόρις” (coris), "cimice", mentre l'epiteto specifico latino "iracundus" non necessita di traduzioni. Eppure se l'abbiamo chiamato così un motivo c'è: è una cimice che effettivamente ha un lungo rostro - appunto il "naso" - ed un carattere certamente non gentile ed accomodante, ma ha un indole irritabile e poco paziente. Avete mai provato a toccarne uno? Non fatelo.

Il nome comune "cimice assassina" è invece improprio e deriva semplicemente dal suo essere una specie predatrice di altri artropodi, come ragni e insetti. Un predatore all'aspetto che si apposta tra i fiori e, quando la preda è alla sua portata, la cattura, la infilza con il rostro e le inietta una tossina paralizzante che ne "digerisce" le interiora così da poterla mangiare più agevolmente. Uccide per necessità, ma indubbiamente l'evoluzione le ha fornito in metodo di predazione decisamente cruento. Tuttavia essa stessa cade spesso vittima di altri predatori - che non vengono però definiti "assassini" - come ragni, mantidi o uccelli.
Sebbene possa pungere anche gli esseri umani, non provocando grandi conseguenza se non un leggero gonfiore, è un nostro valido alleato nella lotta biologica ad alcune specie di insetti.

Il nostro amico emittero, però, in fondo al cuore - non so bene come sia fatto il cuore di un reduvide - ha un "animo gentile": la sua colorazione è decisamente aposematica, quindi lui avverte preventivamente di non avvicinarsi, ma se qualcuno lo fa... diventa come "er cavaliere nero" decantato dal sommo Proietti.

Photos from Scienze Naturali's post 24/06/2026

In queste ore i media stanno trattando la notizia dell'avvistamento di uno strano pesce nelle acque costiere di Santa Caterina, a Marina di Nardò (Lecce).
Il video, purtroppo in bassa qualità, è stato girato dai sub del Diving Costa del Sud a pochi metri dalla riva. Il soggetto è ancora una volta lui: Pterois miles, il bellissimo ed iconico pesce leone (o pesce scorpione).
In realtà non è una novità per la Puglia, questo pesce alieno sta diventando sempre più comune lungo le nostre coste.

Potrebbe essere eletto ad emblema della tropicalizzazione del Mar Mediterraneo: è un pesce tipico di barriera corallina, il suo aspetto straordinariamente elegante è sempre associato ai variopinti ambienti tropicali. Trovarlo tra endemismi mediterranei e specie tipiche di acque temperate fa un certo effetto. È bianco, attraversato da striature bruno-rossastre, i lunghi raggi delle pinne, velenosi e pericolosi, sono eretti come nobili vessilli.

Nonostante sembri gradire il Mare Nostrum, ha iniziato a visitarlo da pochi anni: è infatti una specie aliena originaria delle calde acque dell'Oceano Indiano e del Mar Rosso. Adora i paesaggi tropicali, non aveva necessità di andarsene, ma l'essere umano ha deciso di aprire il Canale di Suez e lui ha giustamente deciso di farsi una vacanza.
La sua prima segnalazione in Mar Mediterraneo risale al 1991, quando venne osservato lungo le coste israeliane. Era il primo tentativo di invasione, ma sembrava non essere andata a buon fine.

È sparito per oltre 20 anni, per poi ricomparire in Libano nel 2012. Da quel momento ha deciso di colonizzare ampie aree mediterranee. Chissà, forse alcune località erano diventate di moda per i pesci scorpione, fatto sta che ad oggi è diffuso quasi ovunque, con popolazioni localmente molto numerose.
In Italia è stato segnalato per la prima in Sicilia nel 2016, ma è stato rinvenuto anche in Calabria e, appunto, in Puglia. Recentemente è arrivato fino in Adriatico e più le acque continuano a riscaldarsi, più si spinge verso nord. L'invasione è in atto, arginarla è ormai complicato.
È bello, anzi bellissimo, ma come avviene per molte altre specie aliene, la sua presenza rappresenta una grave minaccia per la biodiversità: è un vorace predatore di molte specie autoctone, alcune economicamente importanti anche per gli esseri umani, cresce molto velocemente e ha periodi riproduttivi estesi. Ovviamente in Mediterraneo non ha molti predatori naturali, per cui può proliferare quasi indisturbato. Peraltro ha i raggi delle pinne velenosi, per cui può rappresentare una minaccia anche per gli incauti pescatori che lo tirano su senza sapere di cosa si tratti.
Negli ultimi anni, però, un nostro "alleato naturale" ha iniziato ad aiutarci a controllare questa specie: il polpo, infatti, ha imparato a predarlo... e sembra che lo apprezzi particolarmente!

Anche questa è una delle tante specie che ho trattato nel mio libro "Ventimila specie (o quasi) sotto il mare", nel quale ho dedicato ampio spazio proprio agli alloctoni! Vi dirò di più: è l'unica specie che ho scelto di rappresentare nella copertina sia della prima che della seconda edizione proprio perché emblema degli alieni nel Mar Mediterraneo!

24/06/2026
23/06/2026

C'è un aspetto paradossalmente positivo nella diffusione incontrollata delle immagini in AI sui social: il debunking.
Mi spiego meglio: le immagini farlocche e i testi tutti uguali sono così diffusi da costringerci ad approfondire determinate notizie, portandoci a scoprire cose REALI ben più interessanti di qualsiasi artificio virtuale.

Negli ultimi tempi è esplosa la moda del ratto con un alveare costruito sul corpo. Sebbene sia evidentemente finta per un occhio allenato, in tantissimi ci hanno creduto perché, è inutile girarci attorno, l'intelligenza artificiale sta aumentando vertiginosamente la qualità delle sue immagini. Peraltro, la foto reale, scattata dall'apicoltore Ryan Giesecke, è quasi identica, ma chiaramente priva di quell'alone "plasticoso" che contraddistingue il corrispettivo finto.

Immagine a parte, cosa c'è di vero?
Come mai è stato mostrato un topo "cementato"?
Perché si tratta di un adattamento che Apis mellifera ha evoluto per proteggere il suo nido! Il miele, infatti, è apprezzato da tutti e frequentemente degli "incursori" possono penetrare nell'alveare per cibarsene. Se la colonia è in salute, il nemico viene prontamente ucciso dalle api e portato fuori dal nido, così da evitare infezioni ben più dannose.
E se è troppo grosso, magari come un topo? In quel caso l'animale viene "propolizzato", cioè ricoperto di propoli - una sostanza resinosa prodotta da diverse piante, usata dalle api per chiudere fori e interstizi - così da ridurre gli odori e limitare gli effetti della decomposizione. Insomma, una sorta di edificio di contenimento analogo a quello delle centrali nucleari, ma fatto di propoli "spalmata" sul'intruso che, talvolta, finisce per essere inglobato nello stesso alveare.

Davvero serve l'AI per spiegare queste meraviglie naturali?

(© Ph. Simone-Finstrom & Spivak, 2010 - Ryan Giesecke - Testo di Andrea Bonifazi)

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