Ri-Trovarsi ....

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Ri-Trovarsi - Corsi e Percorsi per il Ben-essere della Persona
Centro di formazione in Counseling e

23/06/2026

Non ci si forma al Counseling per “imparare ad aiutare”.
Ci si forma, prima di tutto, per imparare a stare nella complessità dell’altro senza invaderla, senza semplificarla, senza trasformarla subito in consiglio, soluzione o interpretazione.

In un tempo in cui tutto sembra dover essere veloce, immediato, facile da consumare, scegliere una formazione triennale in Counseling significa andare in un’altra direzione: scegliere profondità, metodo, esperienza, supervisione, etica professionale e lavoro personale.

𝐃𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢, 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐨𝐥𝐞𝐝𝐢̀ 𝟐𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐨𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐬𝐮 𝐙𝐨𝐨𝐦 𝐢𝐥
𝐂𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐧𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨/𝐄𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐑𝐢-𝐓𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐬𝐢, 𝐢𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝟑 𝐎𝐓𝐓𝐎𝐁𝐑𝐄

Corso riconosciuto da AssoCounseling

Un percorso per chi desidera formarsi seriamente alla relazione d’aiuto, integrando l’approccio umanistico con i linguaggi artistico/espressivi: parola, immagine, colore, gesto, corpo, simbolo e processo creativo.

Perché nel Counseling Artistico/Espressivo l’arte non è decorazione, non è intrattenimento, non è “fare un lavoretto”.
È un mediatore potente, capace di dare forma a ciò che spesso non ha ancora parole, di aprire spazi di consapevolezza, di rendere visibile un movimento interiore, di accompagnare la persona a riconoscere risorse, confini, bisogni e possibilità.

Durante la presentazione parleremo di:

• struttura del percorso triennale
• approccio umanistico integrato
• specificità del Counseling Artistico/Espressivo
• formazione personale
• tirocinio e supervisione
• identità professionale dell’ARTcounselor
• modalità di iscrizione e avvio del corso a ottobre

Inoltre, 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐞𝐫𝐚̀ 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢, 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐚𝐧𝐧𝐨.

Presentazione online su Zoom
➡️ Entra nella riunione in Zoom
Entra nella riunione in Zoom
https://us02web.zoom.us/j/89647988073?pwd=r7nsU01qJFWEw16Kq2j2ZO09p6mzis.1

Domani, mercoledì 24 giugno - ore 18.30
Corso Triennale in Counseling Artistico/Espressivo – Ri-Trovarsi
Partenza: 3 ottobre

Per qualsiasi informazione:
tel./Wtatsapp: 347 175 1469

19/06/2026

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠 𝐨𝐠𝐠𝐢?

Viviamo in un tempo complesso, veloce, frammentato, in cui molte persone sentono il bisogno di ritrovare orientamento, senso, ascolto e strumenti per attraversare i passaggi della vita con maggiore consapevolezza.

In questo scenario, la formazione in Counseling non può essere improvvisata, ridotta a tecniche veloci o confusa con percorsi brevi e poco professionalizzanti.

Formarsi al Counseling significa intraprendere un percorso serio, graduale, esperienziale e supervisionato, in cui apprendere non solo strumenti di ascolto e comunicazione, ma anche una postura professionale fondata su presenza, responsabilità, confini, etica e capacità di accompagnare la persona nel suo processo di crescita.

Ri-Trovarsi .... 𝐌𝐞𝐫𝐜𝐨𝐥𝐞𝐝𝐢̀ 𝟐𝟑 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖.𝟑𝟎 𝐬𝐮 𝐙𝐨𝐨𝐦, presenta il suo 𝐂𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐧𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠
𝐚𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨/𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐭𝐨

Un percorso pensato per chi desidera formarsi in modo profondo alla relazione d’aiuto, sviluppando competenze professionali, consapevolezza personale e capacità di lavorare con la parola, il corpo, l’immagine e il processo creativo.

Durante l’incontro di presentazione parleremo di:
• struttura del percorso triennale
• cornice teorica e metodologia formativa
• competenze fondamentali del counselor
• tirocinio, supervisione e formazione personale
• specificità dell’approccio artistico/espressivo
• sbocchi e identità professionale del counselor

Un’occasione per conoscere da vicino la scuola, il metodo formativo e il valore di una formazione triennale seria, riconosciuta e professionalizzante.

Per informazioni e prenotazioni puoi scrivere in privato oppure su whatsapp al 347 175 1469

𝑭𝒐𝒓𝒎𝒂𝒓𝒔𝒊 𝒂𝒍 𝑪𝒐𝒖𝒏𝒔𝒆𝒍𝒊𝒏𝒈 𝒐𝒈𝒈𝒊 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒂𝒃𝒊𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒔𝒔𝒊𝒕𝒂̀ 𝒖𝒎𝒂𝒏𝒂 𝒄𝒐𝒏 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒆𝒕𝒆𝒏𝒛𝒂, 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒆 𝒓𝒆𝒔𝒑𝒐𝒏𝒔𝒂𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂̀.

09/06/2026

𝐋𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠: 𝐢𝐥 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨, 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞

“𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜 ℎ𝑎 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑧𝑜: 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑢𝑛𝑠𝑒𝑙𝑜𝑟, 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑒𝑑𝑒𝑙𝑒 𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜, 𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑙𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒.”

La supervisione nel Counseling non è un’aggiunta accessoria alla pratica professionale, né un momento di semplice controllo tecnico su ciò che il counselor “ha fatto bene” o “ha fatto male”; è, piuttosto, uno spazio fondamentale di pensiero, di responsabilità e di cura della qualità dell’intervento, nel quale l’esperienza concreta dell’incontro con il cliente viene riletta, ordinata, compresa e restituita al counselor come occasione di apprendimento, di consapevolezza e di maturazione professionale. In questo senso, la supervisione non serve soltanto a correggere eventuali errori, ma soprattutto a sviluppare quella postura riflessiva che permette al counselor di non agire in modo automatico, ingenuo o eccessivamente identificato, ma di restare dentro la relazione con presenza, competenza, etica e misura.

Ogni relazione di counseling, anche quando appare semplice, porta con sé una complessità sottile: il cliente arriva con una domanda, una difficoltà, un bisogno di orientamento, una fatica esistenziale o relazionale che chiede di essere accolta senza essere invasa, sostenuta senza essere diretta, esplorata senza essere trasformata in interpretazione.

Il counselor, a sua volta, entra nel setting non come figura neutra o meccanica, ma con la propria storia, il proprio stile relazionale, le proprie risonanze emotive, le proprie zone di sicurezza e di fragilità, i propri automatismi comunicativi, il proprio modo di stare davanti al dolore, alla confusione, alla richiesta, al silenzio o alla resistenza dell’altro.

La supervisione diventa allora il luogo in cui tutto questo può essere osservato con lucidità, non per giudicare la persona del counselor, ma per comprendere come la sua presenza professionale stia incidendo sul processo.

Uno degli aspetti più importanti della supervisione è proprio la possibilità di distinguere il processo del cliente dal processo del counselor.

Nel lavoro di counseling, infatti, può accadere che il professionista venga sollecitato in profondità da un tema portato dal cliente: una difficoltà nel separarsi, un conflitto con il partner, una fatica nel porre confini, una paura di deludere, un bisogno di riconoscimento, una sensazione di impotenza.

Se il counselor non è sufficientemente allenato a riconoscere le proprie risonanze, rischia di intervenire non tanto a partire dal bisogno del cliente, quanto dalla propria urgenza interna: consolare troppo presto, spiegare eccessivamente, suggerire soluzioni, anticipare consapevolezze, proteggere il cliente dal contatto con emozioni scomode oppure, al contrario, spingerlo oltre il suo tempo reale di elaborazione.

La supervisione aiuta a vedere questi movimenti, a nominarli e a trasformarli in materiale formativo, affinché ciò che accade dentro il counselor non venga negato, ma nemmeno agito inconsapevolmente nella relazione.

Da questo punto di vista, la supervisione è anche un presidio etico. Il counselor opera in un ambito delicato, nel quale la relazione di aiuto può facilmente scivolare in forme di potere implicito, anche quando animate da buone intenzioni.
Il desiderio di essere utili, di vedere un cambiamento, di accompagnare il cliente verso una maggiore chiarezza può diventare, se non supervisionato, una pressione sottile, un orientamento mascherato, una forma di guida che riduce lo spazio di autodeterminazione della persona.

La supervisione ricorda costantemente al counselor che il centro del lavoro non è la performance dell’operatore, né la brillantezza dell’attivazione, né la profondità apparente delle parole emerse, ma la qualità del processo che il cliente può realmente sostenere, integrare e riconoscere come proprio.

Nel Counseling, soprattutto quando si lavora con strumenti espressivi, corporei, simbolici o artistici, la supervisione assume una funzione ancora più preziosa, perché aiuta a mantenere chiara la differenza tra l’uso del materiale come mediatore di consapevolezza e il rischio di attribuire all’immagine, al gesto o al prodotto creativo un significato chiuso, interpretativo o diagnostico.

Un collage, un disegno, una composizione, una scelta cromatica o una forma tracciata sul foglio non sono mai elementi da “decifrare” dall’esterno, come se il counselor possedesse una chiave di lettura superiore rispetto al vissuto del cliente; sono, piuttosto, tracce di esperienza che chiedono di essere esplorate fenomenologicamente, attraverso domande rispettose, riformulazioni attente, osservazioni sobrie e un ascolto capace di restare aderente a ciò che la persona vede, sente, nomina e scopre nel contatto con la propria produzione.

Un altro elemento centrale riguarda la costruzione e il mantenimento del setting.
La supervisione aiuta il counselor a interrogarsi non solo sui contenuti portati dal cliente, ma anche sulla cornice entro cui quei contenuti vengono accolti: il tempo, il contratto, l’obiettivo di lavoro, la chiarezza del ruolo, il confine professionale, la gestione dei silenzi, delle richieste implicite, delle aspettative e delle eventuali derive.

Molte difficoltà nei percorsi di counseling non nascono da un singolo errore tecnico, ma da una cornice iniziale poco definita, da un obiettivo troppo ampio, da un patto non sufficientemente condiviso o da una confusione tra ascolto, sostegno, formazione, consulenza, amicizia.

In supervisione, questi aspetti possono essere rimessi a fuoco, così che il counselor impari a lavorare con maggiore precisione e a non confondere l’accoglienza con l’indeterminatezza.

La supervisione, inoltre, consente di valutare la direzione del percorso.
Un incontro può essere emotivamente intenso e tuttavia non necessariamente utile; un’attivazione può produrre materiale ricco e tuttavia non essere coerente con la domanda del cliente; una conversazione può sembrare fluida e partecipe, ma nello stesso tempo girare intorno al tema senza trasformarsi in un reale avanzamento di consapevolezza.

Il supervisore aiuta il counselor a chiedersi: dove siamo nel percorso? Qual era la domanda iniziale? L’obiettivo è ancora valido o va ridefinito? Il cliente sta ampliando la propria consapevolezza o sta semplicemente raccontando di più? Il counselor sta facilitando autonomia o sta creando dipendenza? Il lavoro sta restando nell’ambito del counseling oppure emergono elementi che richiedono un invio ad altra figura professionale?

Queste domande sono essenziali, perché mantengono il processo orientato, rispettoso e professionalmente fondato.
Particolarmente importante è la funzione della supervisione nel riconoscere i limiti dell’intervento.

Il counselor non è chiamato a curare disturbi psicopatologici, a elaborare traumi complessi, a fare diagnosi, a interpretare dinamiche inconsce profonde o a trattare situazioni che richiedono una presa in carico psicoterapeutica, psichiatrica, medica o multidisciplinare.

Tuttavia, nella pratica, i confini non sempre si presentano in modo netto: una domanda apparentemente esistenziale può aprire scenari di sofferenza più complessi; un percorso nato per lavorare sull’autostima può far emergere elementi traumatici; una difficoltà relazionale può rivelare pattern molto rigidi, dipendenze, disregolazioni intense o condizioni di vulnerabilità che eccedono il mandato del counseling.

La supervisione diventa allora uno spazio di discernimento, nel quale il counselor può valutare con serietà quando proseguire, quando rallentare, quando ridefinire il contratto e quando accompagnare il cliente verso un invio, senza vivere questo passaggio come un fallimento, ma come un atto di responsabilità professionale.

La supervisione ha anche un valore formativo profondo, perché insegna al counselor a pensare il proprio lavoro mentre lo svolge.
Non si tratta soltanto di ricevere indicazioni su “cosa fare la prossima volta”, ma di interiorizzare progressivamente un metodo di osservazione: leggere il processo, riconoscere i segnali del cliente, distinguere contenuto e forma, cogliere le variazioni del tono, del ritmo, del corpo, delle immagini, delle parole ricorrenti, delle omissioni, delle contraddizioni e dei passaggi di soglia.
Un counselor supervisionato nel tempo diventa più capace di accorgersi di ciò che avviene nel qui e ora, perché ha imparato a non considerare l’incontro come una successione di tecniche, ma come un campo relazionale in cui ogni intervento produce un effetto e ogni effetto merita attenzione.

In questo senso, la supervisione non è un luogo in cui il counselor porta soltanto le difficoltà, ma anche i passaggi riusciti, le intuizioni feconde, le microtrasformazioni del cliente, le scelte metodologiche appropriate e i momenti in cui la relazione ha sostenuto un movimento autentico.

È importante supervisionare anche ciò che funziona, perché la competenza non cresce solo attraverso la correzione dell’errore, ma anche attraverso il riconoscimento consapevole delle buone pratiche.

Sapere perché un intervento è stato efficace, perché una riformulazione ha aperto uno spazio, perché una consegna ha permesso al cliente di contattare una parte di sé, perché un silenzio è stato più utile di una domanda, significa trasformare l’esperienza in sapere professionale e non lasciarla al caso o all’intuizione momentanea.

Un buon supervisore, d’altra parte, non si limita a dire al counselor cosa avrebbe dovuto fare, ma lo aiuta a comprendere da quale posizione interna ha agito, quale ipotesi stava seguendo, quale bisogno del cliente stava cercando di sostenere e quale alternativa avrebbe potuto aprire un processo più pulito, più centrato o più rispettoso.

La supervisione non dovrebbe mai diventare una lezione calata dall’alto, né un tribunale in cui il counselor si sente esposto, giudicato o sminuito; dovrebbe essere, invece, un luogo sufficientemente sicuro e sufficientemente esigente, dove la persona in formazione o il professionista già avviato possano portare il proprio lavoro con onestà, sapendo che la finalità non è confermare un’immagine ideale di competenza, ma accrescere la qualità reale della propria presenza nel setting.

Questa dimensione è decisiva, perché molti counselor, soprattutto nelle fasi iniziali, possono vivere la supervisione con ansia, come se portare un dubbio o un errore significasse dimostrare di non essere capaci.

In realtà, è vero il contrario: la disponibilità a farsi supervisionare indica maturità professionale, capacità di apprendimento e consapevolezza della complessità del lavoro di aiuto.
Il counselor che non sente mai il bisogno di confrontarsi, che non si interroga, che non porta casi, che non tollera osservazioni critiche o che vive ogni rimando come una ferita, rischia di restare chiuso dentro una pratica autoreferenziale, nella quale le proprie convinzioni non vengono mai messe alla prova dall’esperienza condivisa.

La supervisione protegge il counselor proprio da questa autoreferenzialità, perché introduce uno sguardo terzo, capace di ampliare il campo e di rendere visibile ciò che, dall’interno della relazione, può essere difficile cogliere.

Vi è poi una funzione di prevenzione del sovraccarico emotivo.
Il counseling è una professione di relazione, e chi ascolta storie di fatica, perdita, conflitto, disorientamento o fragilità può accumulare tensioni, preoccupazioni, senso di responsabilità, impotenza o ipercoinvolgimento.

La supervisione permette di depositare, elaborare e simbolizzare anche il vissuto del counselor, evitando che il carico emotivo venga portato in solitudine o scaricato inconsapevolmente nei successivi incontri.

In questo senso, la supervisione è anche una forma di igiene professionale: non sostituisce il percorso personale del counselor, ma contribuisce a mantenere il lavoro pulito, sostenibile e non confuso con i bisogni irrisolti dell’operatore.

In definitiva, la supervisione nel Counseling è uno spazio di cura della professione e, indirettamente, di cura del cliente.
Non è il luogo in cui il supervisore si sostituisce al counselor, ma quello in cui il counselor impara a vedere meglio, ad ascoltare meglio, a scegliere meglio e a sostenere con maggiore precisione il processo dell’altro.

È un luogo di decentramento, perché permette di uscire dalla propria prospettiva immediata; di responsabilità, perché richiama continuamente al mandato professionale; di apprendimento, perché trasforma l’esperienza in competenza; di protezione, perché aiuta a riconoscere limiti, rischi e invii necessari; di crescita, perché accompagna il counselor a diventare progressivamente più consapevole del proprio modo di abitare la relazione.

Un counseling senza supervisione rischia di diventare una pratica solitaria, talvolta generosa ma fragile, esposta alla confusione tra intuizione e competenza, tra aiuto e bisogno di aiutare, tra ascolto e interventismo, tra vicinanza e fusione, tra creatività e improvvisazione.

Una pratica supervisionata, invece, si radica in una cultura professionale più solida, dove l’esperienza non viene consumata incontro dopo incontro, ma viene pensata, interrogata, raffinata e restituita al counselor come sapere vivo.

Ed è proprio in questo passaggio, dal fare al comprendere ciò che si fa, che la supervisione mostra il suo valore più profondo: non controlla semplicemente la pratica, ma la rende più consapevole, più etica e più umana.
gc©️

08/06/2026

"𝐐𝐮𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨? 𝐄 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐭𝐞?"

Ci sono incontri che cambiano una giornata.
E poi ci sono percorsi che cambiano il modo di guardare gli altri, di ascoltarli, di comprendere le loro fatiche e le loro risorse.

Il Counseling Artistico/Espressivo nasce proprio da qui: dall'incontro tra relazione d'aiuto, creatività, consapevolezza e crescita personale.
Non è necessario essere artisti.
Non si tratta di imparare a disegnare, dipingere o creare "opere belle.
Si tratta di scoprire come immagini, colori, simboli, movimento, scrittura e processi creativi possano diventare strumenti preziosi per accompagnare le persone verso una maggiore conoscenza di sé.

📌 Se ti occupi di educazione, formazione, professioni d'aiuto, sviluppo personale o semplicemente senti il desiderio di dare una nuova direzione al tuo percorso professionale e umano, ti invitiamo a partecipare alla 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐎𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐧𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨/𝐄𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 𝐚𝐝 𝐀𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐔𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐭𝐨.
Il corso ha il riconocimento di AssoCounseling CUR/2832/2019

Un incontro gratuito per conoscere:
✨ il modello formativo
✨ la struttura del triennio
✨ il tirocinio e la supervisione
✨ l'utilizzo dei linguaggi artistici nel counseling
✨ la filosofia educativa della Scuola Ri-Trovarsi

Sarà anche l'occasione per fare domande, confrontarsi e comprendere se questo percorso può rappresentare una possibilità concreta per il proprio futuro.

A volte tutto inizia da una semplice curiosità.
E da una domanda che continua a bussare dentro di noi:
"𝐸 𝑠𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑖𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒?"

📅MERCOLEDI' 24 GIURNO
🕒 ORE: 18.30
💻 Online su Zoom

Per partecipare è necessaria la prenotazione.
Messaggio su Messenger
Tel./WhatsApp 3471751469

03/06/2026

𝐑𝐢𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐮𝐥𝐥'𝐞𝐩𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠: 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨
(Riflessioni)

"𝐿'𝑒𝑝𝑖𝑠𝑡𝑒𝑚𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎 "𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑚𝑜?", 𝑚𝑎 𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑟𝑎𝑑𝑖𝑐𝑎𝑙𝑒: "𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒." Gabriella Costa

Ho gia scritto, qualche tempo fa una riflessione, che potete trovare nel mio feed, su "Il counseling tra epistemologia umanistica e saperi della complessità". Qui il focus era più sulla genealogia culturale del Counseling, cercando di riconoscere a quale famiglia di saperi appartiene.

Se in quel scritto ho riflettuto sulle matrici teoriche e disciplinari il counseling trae origine, resta, secondo me, ancora una domanda fondamentale da esplorare: in che modo conosce il counselor? Quale forma assume la conoscenza all'interno del colloquio? Qual è la natura di quel sapere che emerge nell'incontro tra professionista e cliente?

Interrogarsi sull'epistemologia del counseling non significa infatti soltanto individuare le sue radici culturali, ma comprendere quale concezione della conoscenza ne orienti concretamente la pratica. È proprio da questa prospettiva che possiamo approfondire il tema, spostando l'attenzione dalle fonti del sapere al modo in cui esso prende forma nella relazione di counseling.

Vedo quest'altra riflessione come una sorta di continuazione della precedente, un approfondimento che potrebbe rispondere alla domanda: "Quale concezione della conoscenza deriva da questa appartenenza?".

Parlare di epistemologia del counseling significa interrogarsi non semplicemente su ciò che il counseling fa, ma soprattutto su come conosce, su quale idea di conoscenza sostiene la sua pratica e su quali presupposti fonda il proprio modo di comprendere l'essere umano.

Ogni professione d'aiuto, infatti, non nasce soltanto da un insieme di tecniche o metodologie operative, ma da una precisa visione dell'uomo, della realtà e della relazione, che ne orienta profondamente il linguaggio, gli obiettivi e i confini.

L'epistemologia del counseling si colloca prevalentemente all'interno di una prospettiva fenomenologica, umanistica e relazionale, nella quale la conoscenza non viene concepita come qualcosa da estrarre, misurare o diagnosticare dall'esterno, bensì come un processo che emerge dall'incontro tra soggettività. In questa prospettiva il counselor non si pone come colui che detiene una verità sull'altro, ma come un professionista che accompagna la persona nell'esplorazione della propria esperienza vissuta, favorendo l'emergere di significati, connessioni e consapevolezze che appartengono innanzitutto al cliente stesso.

Questa impostazione comporta un importante spostamento di paradigma rispetto ai modelli tradizionalmente fondati sulla ricerca delle cause o sull'individuazione di categorie interpretative predefinite.

L'attenzione del counseling non si concentra primariamente sulla domanda "perché accade?", ma piuttosto su interrogativi quali "come viene vissuto?", "che significato assume per la persona?" e "quali possibilità di scelta possono emergere da questa esperienza?".

La conoscenza, dunque, non viene ricercata come spiegazione definitiva di un fenomeno, ma come progressiva chiarificazione del modo in cui esso si manifesta nell'esistenza concreta di chi lo vive.
Da questo punto di vista il counseling può essere considerato una disciplina della comprensione piuttosto che della spiegazione. Mentre il paradigma positivista tende a privilegiare l'osservazione oggettiva, la misurazione e la generalizzazione, il counseling riconosce il valore della soggettività come dimensione imprescindibile dell'esperienza umana.

Non perché rifiuti il rigore o la razionalità, ma perché considera la persona come un essere portatore di significati, intenzionalità, valori, aspirazioni e narrazioni che non possono essere completamente ridotti a categorie descrittive o a modelli causali.

L'epistemologia del counseling attribuisce inoltre un ruolo centrale alla relazione come luogo generativo di conoscenza.
La consapevolezza non è concepita come un contenuto da trasmettere dall'esperto al cliente, ma come un processo che prende forma nello spazio dialogico dell'incontro.
In questo senso la relazione non rappresenta semplicemente il contesto nel quale si svolge il lavoro di counseling, ma costituisce essa stessa uno strumento conoscitivo.

Attraverso l'ascolto, la presenza, la sospensione del giudizio e l'accoglienza fenomenologica dell'esperienza, il cliente può osservare aspetti di sé che fino a quel momento erano rimasti impliciti, confusi o non sufficientemente riconosciuti.

Particolarmente interessante è il fatto che il counseling assuma una posizione epistemologica caratterizzata da una certa umiltà conoscitiva.
In un'epoca spesso dominata dalla ricerca di definizioni rapide, interpretazioni immediate e spiegazioni totalizzanti, il counselor è chiamato a tollerare l'incertezza, a sostare nella complessità e a rinunciare alla tentazione di sapere troppo presto.
Ciò richiede la capacità di mantenere aperta la domanda, di abitare il non sapere e di riconoscere che ogni comprensione dell'altro è necessariamente parziale, provvisoria e continuamente rinegoziabile.

Questa postura epistemologica trova profonde radici nel pensiero fenomenologico, secondo il quale la realtà non viene colta direttamente in modo neutrale e oggettivo, ma sempre attraverso il filtro dell'esperienza vissuta.
Di conseguenza il counselor non lavora sulla realtà in sé, bensì sulla realtà così come viene percepita, interpretata e narrata dalla persona.
Non è il fatto in quanto tale a costituire il centro dell'attenzione, ma il significato che quel fatto assume nell'universo esistenziale del cliente.

Anche il concetto di cambiamento assume, alla luce di queste riflessioni, una connotazione particolare.
Il counseling non si propone di modificare la persona secondo modelli normativi di funzionamento o adattamento, bensì di ampliare la sua consapevolezza affinché possa esercitare una maggiore libertà di scelta.

La conoscenza che emerge nel percorso non ha quindi un valore meramente informativo, ma trasformativo: conoscere qualcosa di sé significa contemporaneamente modificare il proprio rapporto con quella realtà e aprire nuove possibilità di azione.
L'epistemologia del counseling ci ricorda infine che ogni intervento professionale è inevitabilmente attraversato da una concezione dell'essere umano.

Dietro ogni domanda, ogni tecnica, ogni modalità di ascolto e ogni scelta metodologica si cela una precisa idea di persona.
Nel counseling questa idea si fonda sulla fiducia nelle risorse dell'individuo, nella sua capacità di attribuire significato alla propria esperienza e nella possibilità di sviluppare livelli sempre maggiori di consapevolezza e responsabilità.

È proprio questa fiducia, prima ancora di qualsiasi strumento operativo, a rappresentare il nucleo epistemologico più profondo della professione.

Riflettere sull'epistemologia del counseling significa dunque andare oltre il fare per interrogarsi sul comprendere; significa riconoscere che il sapere professionale non coincide con il possesso di risposte, ma con la capacità di creare le condizioni affinché nuove domande possano emergere e generare percorsi di scoperta personale.

In questa prospettiva il counseling si configura come una disciplina della relazione e del significato, nella quale la conoscenza non viene imposta dall'esterno, ma nasce dall'incontro autentico tra persone che, insieme, esplorano il mistero sempre aperto dell'esperienza umana.
gc©️

27/05/2026

“𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒖𝒏 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒐𝒓𝒔𝒐 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒖𝒏’𝒂𝒖𝒍𝒂: 𝒔𝒊 𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒄𝒆𝒓𝒄𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒔𝒂.”𝑮.𝑪𝒐𝒔𝒕𝒂

Con grande gioia comunico che il corso “𝐃𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐞𝐭 𝐚 𝐌𝐢𝐫𝐨̀: 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚” è ufficialmente 𝐒𝐎𝐋𝐃 𝐎𝐔𝐓.

Sono profondamente felice e grata per la fiducia di chi ha scelto di iscriversi a questa formazione, dedicata al dialogo tra arte, percezione, emozione e simbolo. Ogni iscrizione, per me, non è semplicemente una conferma organizzativa, ma un segno prezioso: dice che il linguaggio dell’arte continua a chiamare, a interrogare, a offrire vie nuove per leggere l’esperienza umana e accompagnare i processi interiori.

Durante la formazione "Da Monet a Mirò" attraverseremo cinque alfabeti espressivi, cinque modi diversi di guardare, sentire, trasformare e dare forma a ciò che abita dentro di noi. Sarà un viaggio tra luce, colore, frammento, gesto, immagine e simbolo; un percorso in cui l’arte non sarà solo oggetto di osservazione, ma soglia viva di conoscenza, ascolto e consapevolezza.

Grazie di cuore a tutte le persone che hanno scelto di esserci 🙏

Ci vediamo presto, online, per iniziare insieme questo attraversamento.

Gabriella
Ri-Trovarsi – Corsi e Percorsi per il Ben-Essere della Persona
Scuola di formazione in Counseling Artistico/Espressivo

25/05/2026

𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚. 𝐋’𝐞𝐭𝐢𝐦𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠.
(riflessioni del lunedì)

“𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑎𝑢𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖: 𝑑𝑎̀ 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.” Gabriella Costa

La parola formazione, letta nella sua radice etimologica, forma e azione, contiene già una direzione profonda: non indica semplicemente il trasmettere contenuti, né il riempire qualcuno di nozioni, ma richiama l’atto paziente, progressivo e responsabile del dare forma.

Formare significa accompagnare qualcosa che esiste già in potenza verso una configurazione più chiara, più stabile, più riconoscibile.
Non si tratta di imporre una forma dall’esterno, come se la persona fosse materia passiva da modellare, ma di creare le condizioni perché una forma interna possa emergere, precisarsi, sostenersi e diventare presenza nel mondo.

In questo senso, parlare di formazione in Counseling significa andare molto oltre l’idea di un corso professionalizzante inteso come semplice acquisizione di tecniche.

La formazione del counselor non può ridursi a un apprendimento strumentale, perché il counseling non è una professione fondata soltanto sul “saper fare”, ma su una qualità dell’esserci, dell’ascoltare, del rispondere, del sostenere la relazione senza invaderla.

Il futuro counselor non apprende soltanto strumenti, modelli teorici, fasi del colloquio o modalità di conduzione: apprende, prima di tutto, a dare forma alla propria presenza professionale.
La forma, in questo ambito, non è rigidità, neanche schema fisso, né protocollo applicato meccanicamente. È piuttosto una struttura viva, una postura interiore ed etica che permette al counselor di stare nella relazione senza confondersi con l’altro, di accogliere senza assorbire, di accompagnare senza dirigere, di sostenere senza sostituirsi.

Una formazione autentica in Counseling dovrebbe dunque costruire una figura professionale capace di avere confini, metodo, consapevolezza e responsabilità, ma anche apertura, sensibilità e capacità di adattamento.

Se la desinenza -zione rimanda all’azione o al risultato di un’azione, allora la formazione è insieme processo ed esito.
È il cammino attraverso cui una persona viene educata alla professione, ma è anche la configurazione che, lentamente, prende corpo: un modo di pensare, di osservare, di ascoltare, di intervenire.
Per questo una formazione in Counseling richiede tempo, esperienza, pratica supervisionata, lavoro personale, confronto teorico e integrazione.

Non basta “sapere cosa dire” in un colloquio; occorre comprendere da quale luogo interno nasce quella parola, quale effetto può produrre, quale intenzione la sostiene.

La formazione, allora, diventa anche un lavoro di contenimento.
La radice che richiama il “tenere” e il “sostenere” apre una riflessione fondamentale: formare un counselor significa insegnargli a diventare, a sua volta, una presenza capace di sostenere.

Ma si può sostenere l’altro solo se si è stati formati a sostenere prima di tutto la complessità: la complessità delle emozioni, delle narrazioni, dei silenzi, delle ambivalenze, dei limiti professionali, delle domande che non hanno risposte immediate.

La forma professionale del counselor nasce proprio lì, nel punto in cui la sensibilità personale incontra una disciplina, e la disponibilità umana viene ordinata da un’etica.

Una scuola di Counseling, quindi, non dovrebbe limitarsi a produrre operatori competenti, ma dovrebbe favorire la nascita di professionisti consapevoli.

Dare forma, in questo senso, significa aiutare l’allievo a trasformare l’intuizione in competenza, l’empatia spontanea in ascolto qualificato, il desiderio di aiutare in responsabilità professionale.
Significa anche educare al limite: sapere quando restare, quando fermarsi, quando inviare, quando riconoscere che un bisogno appartiene a un altro ambito di intervento.

La formazione in Counseling è, infine, un processo profondamente trasformativo perché coinvolge la persona intera.
Non forma soltanto una funzione professionale, ma una presenza capace di abitare la relazione con maggiore coscienza.

In questo senso, “dare forma” non significa costruire un counselor uguale a tutti gli altri, ma permettere a ciascuno di trovare la propria forma professionale dentro una cornice condivisa, rigorosa, riconoscibile e deontologicamente fondata.

Formarsi al Counseling significa in ultimo, lasciarsi lavorare dalla forma: non per diventare altro da sé, ma per diventare più capaci di essere sé stessi nella relazione d’aiuto, con misura, con metodo, con profondità e con rispetto.
gc©️

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