07/06/2026
È stata una FESTA bellissima.
𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐄 di cuore a tutte e tutti per la vostra presenza preziosa e per continuare a costruire insieme comunità, gioia e momenti di convivialità e condivisione.
Vogliamo ringraziarvi riportando il discorso di apertura della festa, con l’augurio di 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖.
Questa festa conclude un anno di lavoro ad Asinitas, una festa che è cominciata mercoledì mattina con la scuola di italiano che si è aperta ad amici e curiosi, che è continuata ieri con la Banda del Minestrone, che è andata in giro per il quartiere regalando musica e canti e chiedendo in cambio la verdura per il minestrone che stasera mangeremo insieme.
L’anno di lavoro che sta per terminare è iniziato lo scorso settembre, con una festa per il Ventennale di Asinitas proprio qui, in questo spiazzo.
In occasione della festa del Ventennale, fra le mille cose che sono accadute, abbiamo avuto il piacere e l’onore di ospitare Jabr, psichiatra palestinese che lavora a Gaza e in Cisgiordania e si occupa di aiutare le persone che in quei luoghi sono sottoposte a infinite violenze fisiche e psichiche.
Quel giorno Samah Jabr ci ha donato una lezione memorabile sul restare umani in tempi oscuri. Ci ha insegnato una parola araba bellissima e profonda, 𝐒𝐔𝐌𝐔𝐃…che viene spesso tradotta come “perseveranza”, “fermezza” o “resistenza” ma in realtà significa qualcosa di più. Samah Jabr ci ha spiegato che il sumud non riguarda soltanto la forza individuale. Riguarda le relazioni che costruiamo, la capacità di sopravvivere e vivere come comunità.
La resistenza umana in tempi oscuri è possibile solo dove le persone non restano sole in balìa della violenza, dove c’è una comunità di parola e solidarietà che si fa carico del disagio, della sofferenza di ciascuno e gli dà un senso.
Quella lezione ci è stata preziosa perché, purtroppo, questi tempi non sono oscuri solo in Palestina. Anche noi conosciamo orrori e abbiamo traumi collettivi a cui dobbiamo tentare di dare un senso.
Stasera non voglio farvi un elenco di queste tragedie…c’è però un episodio accaduto in questi giorni che vorrei ricordare insieme a voi stasera.
Lunedì scorso, 1° giugno, ad Amendolara in provincia di Cosenza, quattro giovani lavoratori di origini afghane e pakistane, impiegati come braccianti nella raccolta delle fragole nelle campagne calabresi, sono stati brutalmente uccisi dai loro caporali, in un modo di inaudita violenza di cui avrete senz’altro sentito parlare dai mezzi di informazione.
I loro nomi sono:
Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, cittadino afghano
Amin Fazal Khogjani, 28 anni, cittadino afghano
Safi Iayjad, 27 anni, cittadino afghano
Waseem Khan, 29 anni, cittadino pakistano
Queste persone sono vittime di un sistema brutale di sfruttamento dei lavoratori stranieri, ma anche dell’assurda legge sui flussi migratori che abbiamo nel nostro paese, che non regola efficacemente l’ingresso di cittadini stranieri in Italia come pretenderebbe di fare, e invece non fa che alimentare un mercato e una filiera illegale di lavoro nero e di sfruttamento.
Non è questa la sede per entrare nel merito di questioni così complesse…stasera voglio solo dire che penso che noi dovremmo ricordarci dei loro nomi e della loro storia.
Forse vi starete chiedendo perché vi sto raccontando tutte queste cose…
Era solo per dirvi che il nostro lavoro qui ad Asinitas, il nostro sforzo quotidiano di costruire una comunità aperta, plurale, basata sul reciproco riconoscimento, l’ascolto e il dialogo, e anche occasioni come quelle di stasera, sono i nostri modi di resistere in questi tempi oscuri e di tentare di restare umani.
Vi lascio con le parole di Hannah Arendt, una grande filosofa che ha molto da dirci su tutto questo:
𝑃𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑟𝑐𝑖, 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑢𝑜𝑣𝑒𝑟𝑐𝑖 𝑒 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑎𝑟𝑐𝑖, 𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑟𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑠𝑖𝑚𝑖𝑙𝑖.
𝐶𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜 — 𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑒, 𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑜𝑟𝑟𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑙'𝑖𝑛𝑞𝑢𝑖𝑒𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 — 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑐𝑢𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑜𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜, 𝑚𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑜.
𝑁𝑜𝑖 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑛𝑑𝑜𝑛𝑒. 𝐸, 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑟𝑒, 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖.
Auguro a tutti noi di continuare a lungo a restare umani.
Grazie.